di Franco Bomprezzi La notizia è orribile nella sua fredda evidenza di cronaca. Leggiamo sul Gazzettino di Venezia che Eleonora Callegaro, che vive in sedia a rotelle, è costretta a lavorare nel sottoscala del palazzo del giudice di Pace di Cavarzere. Il motivo è semplice: gli uffici sono al piano di sopra.

Per raggiungerli non c’è altro che una scala, lunga e ripida. Il fatto è che Eleonora, 28 anni, laureata in medicina, ha vinto una selezione pubblica, regolarmente indetta dal ministero di Grazia e Giustizia nel giugno 2011, che era destinata proprio a dare lavoro a ben 197 persone con disabilità in giro per l’Italia.

 

Facciamo dunque un passo indietro, come direbbe Carlo Lucarelli, per andare in cerca dei responsabili di questa vicenda grottesca, quasi fantozziana. E scopriamo appunto il bando ministeriale per l’assunzione di 197 ausiliari. Siamo al 21 giugno 2011. Leggiamo: “Si rende noto che questa Amministrazione, al fine di assicurare il rispetto della quota d’obbligo prevista dalla legge 12 marzo 1999 n. 68, inoltrerà alle competenti Amministrazioni Provinciali – Servizio collocamento obbligatorio, richiesta numerica di avviamento a selezione di centonovantasette disabili da assumere con rapporto di lavoro a tempo indeterminato come ausiliario (area prima, prima fascia economica di accesso) per la copertura dei posti vacanti esistenti negli uffici giudiziari appresso specificati”. Bene. Ottima e lodevole iniziativa, cui segue l’elenco delle sedi, e fra queste compare, correttamente citato, un posto presso il Giudice di Pace di Cavarzere.

Interessante anche leggere la prova di idoneità richiesta ai partecipanti alla selezione: “Le persone avviate dall’Amministrazione provinciale – Servizio collocamento obbligatorio dovranno sostenere una prova di idoneità consistente: nell’esecuzione di fotocopia di atti su macchine in dotazione all’Amministrazione, nel numero e con le modalità richieste dalla commissione esaminatrice; nel prelievo, trasporto, consegna e ricollocazione di fascicoli o altro materiale dell’amministrazione. L’idoneità sarà conseguita dal candidato che, nel tempo assegnato dalla commissione, avrà correttamente eseguito le operazioni richieste”.

Bene. L’amministrazione ministeriale sa dunque perfettamente di che cosa ha bisogno, e chiede di valutare l’idoneità di persone con disabilità riconosciuta ai sensi della legge ’68 del 1999. Domanda spontanea: a nessuno è passato per la testa di utilizzare il tempo che intercorre fra l’avvio della procedura di assunzione e le relative assunzioni dei lavoratori vincenti per verificare se le sedi erano effettivamente accessibili, cioè prive almeno delle più evidenti barriere architettoniche? E dunque provvedere di conseguenza, rimuovendo le eventuali barriere (che in realtà non dovrebbero proprio esserci, trattandosi di uffici pubblici)? Non lo sappiamo. Ma il risultato, quello sì, è adesso evidente. La mortificazione di una persona giovane e combattiva, che ha sperato per un attimo di vivere in un Paese civile. Ha vinto, ha ottenuto il posto. E ora si copre di maglioni perché deve tenere la porta aperta, nell’androne del vecchio palazzo, a due passi dal municipio. E le fotocopie? Al giornalista Eleonora dice candidamente che le fa in cartoleria, perché lì, dal giudice di pace, in realtà non c’è neppure la fotocopiatrice.

Non oso immaginare che cosa sia successo nelle altre 196 situazioni sparse nel territorio nazionale. A meno che non siano stati assunti ausiliari con una disabilità talmente minima da poter superare qualsiasi scala, qualunque barriera. Esattamente come storicamente è accaduto troppo spesso negli uffici pubblici dell’Italia che va. E intanto centinaia di migliaia di persone con disabilità hanno persino rinunciato a cercarlo il lavoro. Sanno perfettamente che non lo troveranno mai. Perché in realtà nessuno vuole “veramente” metterli in condizione di essere produttivi e utili, a se stessi e alla società.

La Giustizia è finita davvero nel sottoscala.


Fonte: ilcorriere.it